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“Stay strong our kid” ovvero Manchester, un anno dopo

Dov’ero un anno fa?
Che cosa stavo facendo, che programmi avevo per la serata?

È una domanda a cui, il più delle volte, è difficile rispondere. Chi si va a ricordare con esattezza dov’era l’anno prima? A meno che la data non significhi qualcosa. A meno che non sia incisa per qualche motivo nel nostro diario mentale.

Un anno fa e un giorno, a quest’ora, mi stavo preparando per andare a cena da una coppia di amici. Era il compleanno di lui e sua moglie, una cuoca fantastica, aveva preparato di tutto e di più. Ci siamo abbuffati, abbiamo riso, abbiamo scherzato. Ho rivisto amici in comune che non vedevo da mesi. Alle dieci ero alla Victoria Station, alla fermata del tram. Alle undici ero a casa.

Questa coppia di amici abitava di fronte alla Manchester Arena.

Il pomeriggio dopo, mentre mi spogliavo della stanchezza della giornata e mi liberavo dei tacchi a favore delle New Balance, intorno a me migliaia di ragazzi, ragazzini, bambini e genitori guardavano l’orologio in attesa del momento in cui avrebbero visto Ariana Grande dal vivo.

Fino al 22 maggio 2017 io e tanti altri miei coetanei non sapevamo chi fosse Ariana Grande. E, con tutto il rispetto per la signorina Grande, avremmo preferito non doverci ritrovare a conoscerla. Non in simili circostanze.

A mezzanotte e mezza, quando io ero nel letto già da un’ora e troppo lontana dal centro città per ritrovarmi nel mezzo del pandemonio, la decisione di un piccolo uomo toglieva la vita a 22 persone, tra cui 7 minorenni – la più giovane una bambina di soli 8 anni.

È vero, le stragi in Siria e in Palestina di cui sentiamo parlare ogni giorno contano un numero di vittime che è cento, mille volte più alto di questo, e moltissime di loro sono bambini, ma diciamoci la verità: quelle immagini ci martoriano l’anima e al tempo stesso ci raggiungono da lontano. A tanto siamo arrivati, oggi. Veniamo talmente bombardati di violenza che ad un certo punto dobbiamo mettere un tetto al nostro dispendio d’empatia. Perciò sì, ci piange il cuore, ma abbiamo imparato a viverci. Come biasimarci? Non potremmo mai andare avanti con un peso del genere sulle spalle 24 ore su 24. Non siamo insensibili; siamo solo esseri umani che cercano di sopravvivere concentrandosi sui propri problemi anziché su quelli degli altri. Ma all’ennesima foto di vite appena cominciate recise dalla violenza gratuita delle granate…

L’attacco terroristico a Manchester ci è rimasto impresso nell’anima perché ci tocca da vicino. I volti delle vittime, che in questi giorni sono tornati ad apparire sulle testate e sui social, sono quelli di persone che potrei incontrare da Sainsbury’s, al cinema, sul tram. Sono i volti incensurati di chi è diventato famoso per la ragione più orribile. L’attacco ci e’ rimasto impresso perché ci ha ricordato ancora una volta come oggigiorno la fine del nostro percorso possa essere decisa da una singola persona e di come questa possa arrivare quando meno ce lo aspettiamo, tipo mentre stiamo assistendo a un concerto o comprando i regali di Natale al mercatino, togliendoci la serenità di fare cose che una volta facevamo senza la paura di trovarci in posti affollati, senza dover passare attraverso metal detector, subire ispezioni delle borse, superare barriere anti-camion.

Continuiamo ugualmente a fare la nostra vita, a forzarci di pensare che questa forma moderna di guerra non esista, ma quelle barriere in cemento armato sono un promemoria silenzioso dei tempi in cui viviamo.

E l’eco della campana che ha suonato oggi pomeriggio per un minuto, in memoria delle 22 vittime di Manchester, servirà a ricordarci di quel dono che noi ancora abbiamo e che a loro e alle loro famiglie è stato invece tolto: vivere.

«Non si può scegliere il modo di morire. O il giorno. Si può soltanto decidere come vivere. Ora.»J OHN BAEZ

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L’era della disinformazione?

Stamattina mi sono imbattuta in questo articolo del Corriere, da cui si capisce come i blog stiano sparendo perché il tempo medio da noi dedicato alla lettura di un singolo articolo continua ad accorciarsi.


L’informazione, come tante altre cose del nostro quotidiano, è diventata mordi e fuggi perché c‘è troppa offerta rispetto al tempo che abbiamo da dedicarle.



WhatsApp, Facebook, Instagram, email, Pinterest, Twitter, Flickr, WordPress, Tumblr, Snapchat, Meetup: metti il telefono in borsa un’ora e quando lo riprendi la barra delle notifiche strabocca di messaggi, il led un albero di Natale impazzito dove blu, bianco, verde e rosso si alternano in una successione psichedelica.
Non stupisce scoprire come anche i siti e i social di blogger una volta trafficati mostrino oggi poche interazioni: il nostro tempo libero non è illimitato, perciò continuiamo a trovare modi per crearcene, fosse anche a scapito della nostra stessa formazione culturale.
Con orrore ho scoperto, ad esempio, che per porre rimedio al calo drastico di lettori in Inghilterra hanno inventato i cosiddetti “Quick Reads”, una versione condensata di alcuni titoli famosi in cui il numero di pagine è stato ridotto di circa due terzi rispetto all’originale: un insulto, a mio avviso, all’impegno e al lavoro dell’autore.
Avevo scritto già un paio d’anni fa del bisogno della gente di leggere roba semplice – alias: spegni-cervello. Se un articolo si protrae oltre le due righe in croce a lui concesse dalla nostra attenzione altalenante, chiudiamo la pagina e passiamo al prossimo. E il ciclo ricomincia.


Non mi meraviglia, perciò, scoprire che i blog stiano sparendo.
Avere un blog richiede tempo, infatti. Molto. Non è solo lo scrivere gli articoli a richiederne, anzi, quella è forse la parte più facile. Per far conoscere il tuo blog, oltre a tenere aggiornati i social media ad esso collegati e a promuoverlo attraverso i portali-contenuto appositi, tu proprietario devi interagire in maniera costante con gli altri blogger, come vuole il regolamento tacito, e per interagirci devi prima trovare post degni di essere letti tra le migliaia di articoli pubblicati, [polemica] scartando i quintali di monnezza che gli utenti mettono in Rete non perché sentono il bisogno di scrivere, bensì perché vogliono dire di esserci pure loro, in cerca di quel like o commento che dia loro quel pelo in più di visibilità rispetto agli altri blogger, poco importa se l’articolo da loro scritto è un’emerita cagata sgrammaticata con 97 commenti fatti di “bel post!” e “grazie!” e “prego!”, tutti pubblicati al solo scopo di far apparire la propria URL in cima alla casellina, nella speranza che qualche lettore di passaggio ci clicchi, scopra il tuo sito, decida di seguirlo e vada ad aumentare così il traffico di cui quella ciofeca che tu chiami blog ha disperatamente bisogno per salire dal posto 100.541 al 100.540 nella classifica dell’indicizzazione di Google [/polemica].



Pubblicano perché, per come funzionano i social media oggi, se vuoi visibilità non è importante cosa scrivi, ma il fatto che aggiungi qualcosa. Se sparisci, fosse anche per qualche settimana, gli altri utenti e i motori di ricerca si dimenticano di te e le visite mensili sul tuo sito piombano da mille a dieci.
Bisogna pubblicare, sì, ma anche essere presenti sui siti degli altri per rimanere a galla nell’oceano di offerta presente nel Web, e questo significa che, alla luce dell’offerta, gli articoli vengono letti saltando le righe a due a due, oppure leggendo i paragrafi di apertura e di chiusura e dando appena una scorsa a quello che c’e’ nel mezzo, rendendo poca o zero giustizia al lavoro di chi li ha scritti, dedicando loro ore della propria giornata che potevano essere sfruttate per fare altro (per lo meno quei blogger che scrivono per il piacere di scrivere. Gli altri, come detto sopra, semplicemente vomitano parole a caso nella casella di scrittura).
Come dice una mia cara amica, nell’epoca del boom tecnologico stiamo assistendo a un’involuzione del sapere.
La nostra lingua si sta impoverendo, vuoi per colpa della monnezza che leggiamo ogni giorno, vuoi per colpa dell’influenza delle lingue straniere (eccomi, presente!), vuoi per lassismo. La nostra capacità di giudizio sta uscendo, se non proprio compromessa, per lo meno messa a dura prova dalla miriade di informazioni fasulle pubblicate ogni giorno sui social ai quali siamo iscritti – dai due immigrati impuniti che siedono sulla panchina a Forte dei Marmi (http://www.lanazione.it/viareggio/cronaca/bufale-1.3342064), alle presunte foto dei bambini siriani uccisi partorite da Photoshop, alla guerra dei vaccini – e che ci distraggono, rendendoci alla lunga insofferenti alla sola idea di accendere il computer.


Quindi, secondo voi, in che epoca stiamo vivendo, esattamente?

Quella dell’informazione o della disinformazione?

Attimi di vita


Nulla esiste, tranne il qui e ora” – Bruce Lee

Ieri sera, alla fine di una giornata lunga e dal sapore surreale, sono andata al parco a fare due passi.

Circondata dal verde cangiante a me ormai così familiare, col sole basso all’orizzonte e l’aria calda sulle braccia, finalmente scoperte, ho assaporato il silenzio e il profumo dell’erba tagliata di fresco.

Nelle orecchie avevo la musica che portai con me dall’Italia anni fa e che da allora non è mai mancata nel mio MP3. Mi godevo la fine della giornata col telefono ben segregato in tasca, poiché di leggere di violenza e di appelli disperati non ne potevo più e poiché avevo avuto la fortuna di non fare parte del carosello di disperazione che a Manchester suona da lunedì sera. Me lo godevo perché, in un certo senso, sentivo di doverlo a quelle persone che non ce l’avevano fatta, perché io avevo la fortuna di vederlo, quel tramonto, di sentire il sole sul mio viso quando altri non lo avevano visto neppure sorgere.

Nella nostra corsa quotidiana, subissati da una lista di cose da fare che non finisce più, troppo spesso dimentichiamo cosa sia veramente importante e cosa ci faccia davvero bene. E a farci bene sono spesso le piccole cose, tipo una passeggiata sotto il sole o sotto la pioggia in una sera d’estate, una tazza di tè nella cucina di una villa che fa parte della storia della città in cui vivi, il respiro della persona che ami sui capelli mentre ti dorme vicina, le feste del cane quando torni a casa la sera, il profumo del basilico appena staccato dal ramo sul davanzale, la sabbia calda sotto i piedi nel tuo primo giorno di mare della stagione.

Attimi che ora ci sono e domani rischiano di non esserci più, o che magari si ripetono, ma senza la stessa unicità della prima volta in quanto sono cambiate le circostanze o le persone, o magari perché siamo cambiati noi, e i ricordi di quegli attimi sono tutto ciò che ci resta per coprire il vuoto lasciato dalla loro scomparsa.

L’umore in ufficio è stato prevedibilmente funereo, ieri, il silenzio appesantito dalle scene melodrammatiche di alcune persone avvezze al dramma già nelle piccole cose, figuriamoci davanti a un’emergenza reale. Nessuno ha parlato, riso, alleggerito la tensione. La nostra piccola famiglia dell’attico aziendale è rimasta attonita per tutte e 8 le ore di lavoro.

Se qualcuno vent’anni fa ci avesse raccontato di quello che sta succedendo oggi, della guerra senza carri armati o eserciti che stiamo avendo in casa, avremmo pensato che fosse un fatalista o uno spostato.

Mentre tornavo a casa e ascoltavo le ultime notizie alla radio, improvvisamente mi sono resa conto che anch’io avevo passato la giornata in stato catatonico, come chiusa in una bolla, presente alla mia scrivania con la testa da tutt’altra parte.

Avevo bisogno di quel verde e di quel sole, ieri sera. Ne avevo bisogno per ricordare a me stessa che la vita non è solo fatta di Manchester e Londra e Berlino e Bruxelles, ma anche di attimi in cui la serenità la si può trovare nel raggio di sole intrappolato nei fili di una ragnatela intessuta tra gli steli di due narcisi, una bellezza fragile, in mostra solo fino all’arrivo della prossima bufera.