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Tutto uguale, tutto diverso

Bologna, l’afa, i loggiati, gli studenti e i turisti che entrano ed escono dai negozi, accompagnati da uno sbuffo di aria gelata. Piazza Maggiore, i giapponesi con gli ombrelli, la V di vittoria davanti all’obiettivo, la foto di rito al Nettuno dall’angolo giusto, di modo che si veda lo schersètto.

La pizza di Altero in centro, la mattonella di cioccolato da Al Mí Furnér in Saffi e il gelato alla prima cremeria biologica a Marconi, che sembrava non dover sopravvivere alla fine della stagione estiva e invece, quindici anni dopo, è ancora lì.

E poi giù per trecento chilometri, lungo la costa est del nostro stivale, fino agli stabilimenti balneari ancora deserti, dove la sabbia bollente sotto i piedi mi ricorda la sensazione meravigliosa e sempre uguale del primo giorno di mare della stagione, quando andavo ancora a scuola.
La brezza bollente, l’acqua piatta e calda, irresistibile come il canto di una sirena per i marinai.
Gli ombrelloni diversi nello stesso posto e la collocazione diversa degli stessi bagnanti nello chalet di una vita.
La vecchietta immortale, che va in acqua con le pinne già ai piedi camminando a ritroso, i fiori della sua storica cuffia catarifrangenti sotto il sole di mezzogiorno.
La vicina di ombrellone che mi riassume il suo ultimo anno tra una fila di parole crociate e l’altra, prima di buttarsi in acqua col costume a tartaruga, storico almeno tanto quanto la cuffietta a fiori dell’altra. E poi i ragazzini di ieri, che oggi hanno la patente o dei figli o sono finiti in cura – o tutte e tre insieme. Le passeggiate del mattino lungo la battigia, schivando i bimbi che si eiettano a razzo da sotto gli ombrelloni, concentrati solo sulla loro meta finale, il mare.
La musica dagli altoparlanti e le pubblicità, ancora le stesse dopo vent’anni.

Tutto uguale, eppure tutto diverso. Sono diversa io, sono diverse le persone che ho lasciato quando ho lasciato l’Italia. Sono diversi i discorsi che facciamo, così velati di una spolverata di malinconia al ricordo dei tempi andati e al pensiero che alcuni di noi potrebbero rivedersi tra un anno o due o mai più.

E infine ci sono la melancolia del rientro, la fine delle ferie e del sole e del caldo, il grigio fuori dalle finestre, il freddo e la pioggia della città che negli anni ho imparato a chiamare casa, dove vive l’altra metà degli affetti importanti della mia vita e dove lascio un pezzetto di cuore ogni volta in cui salgo su un aereo per andare da qualche parte.

La vita da expat sa essere meravigliosamente unica, ma quante volte richiede un prezzo emotivo che siamo a malapena in grado di pagare?

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Buonsenso WELCOMED

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Nel mio ufficio esiste la regola fantastica per cui i pavimenti e i bagni sono cosa degli omini delle pulizie, ma i ripiani di cucina e sala pranzo sono affare nostro.
A rotazione, una settimana ciascuno, a fine giornata un team si corcia le maniche e pulisce ripiani, lavandino, microonde, tavolo e carica e scarica la lavastoviglie.
Non è scritto nel contratto, ma pare sia una pratica comune, negli uffici inglesi. La regola del clean after yourself vale sempre, però una ripulita generale a fine giornata non fa di certo male, specie se quel pulisci il tuo schifo non viene rispettato proprio da tutti.

Questa settimana è il turno del mio team – gioia e tripudio!
Siamo in 3, e la nostra capa, per una scusa o per l’altra, raramente alza un’unghia laccata per caricare la lavastoviglie o, God forbid!, per pigliare uno straccio. E no, non è la solita storia della scala gerarchica. La team leader dell’altro team è la prima a mettersi i guanti, quando tocca a loro.
Al di là del principio (perché gli omini non dovrebbero pulire pure la cucina?), restano i neologismi coloriti che mi si scatenano in testa a ogni turno. Due anni fa ci ho rimesso un vestito della Monsoon, ingloriosamente baciato da una singola, bastardissima goccia di detergente. La volta scorsa su quei ripiani ho ritrovato cose che neppure i marziani potrebbero immaginare. C’è poi la storia dei cucchiaini, che moltiplicano nel lavandino, di nascosto, seguiti a ruota dai coltelli. Forse infilarli nella lavastoviglie lì sotto richiede un’intelligenza superiore, o forse qualche collega, dopo un anno, ancora non sa che abbiamo comprato la lavastoviglie. Il rumore che sente in cucina verso le 3 deve averlo scambiato per un Apache in atterraggio sul tetto, mollando il cucchiaino lì e scappando di corsa – dal buco della serratura.

Stamattina scarico la lavastoviglie e sulla roba appena lavata ritrovo appiccicate le dune di Formby e Crosby messe insieme.
Forse quella sabbiolina grigio-nera è la firma di qualche zuppa solubile, forse è porridge ridotto ai minimi termini dai 70 gradi del lavaggio. Qualunque delle due, sarebbe bastato dare una sciacquata ai piatti prima di infilarli nel cestello, e il secondo ce lo saremmo risparmiato, ma c’era l’Apache in atterraggio sul tetto, ricordate?

Bisognerà mettere in cucina un cartello più grosso. Un cartello a prova d’idiota. L’avviso di spiccicare lo schifo dai piatti prima di buttarli in lavastoviglie c’è, ma deve essere scritto con un inchiostro che riusciamo a vedere in pochi. Fatto sta che, certe volte, le cose alla gente bisogna ricordarle per iscritto, perché è chiaro che il buonsenso s’è preso una vacanza.
Un po’ come i cartelli in bagno. Da quando la manager ha messo sulla porta l’invito a lasciarlo pulito così come lo abbiamo trovato, sono finite le scene splatter/grottesche (e le conseguenti fughe di chiunque arrivi dopo l’impunito defecatore). Non so se qualche disattento abbia mai rispettato invece il “per favore, lavati le mani quando hai fatto” (con tanto di disegni su come procedere). Non ho mai controllato. Nel dubbio, io vado con lo scafandro. Better safe.

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