La traccia di chi non c’è più

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La traccia di chi non c’è più è una tazza che se ne sta sullo scaffale, lasciata indietro da qualcuno partito su un volo di sola andata per un altro Paese, diretto verso un’altra vita, verso altre esperienze.
Reca i segni delle troppe girate del cucchiaino con cui era stato aggiunto lo zucchero, il bordo scurito da tanti caffè. Il rollio di colori e di fiori sulla ceramica stanca si staglia contro il vuoto dei buchi lasciati dalle altre tazze prese da altri, ma quella lì no, quella nessuno l’ha toccata.

Non ancora, non per ora.

E per qualche tempo ancora le mani continueranno a girarci intorno, a prendere altre tazze da quel ripiano, inconsciamente o intenzionalmente, consapevoli che non appartiene a loro, nonostante la sola persona autorizzata a usarla varcherà la porta di un altro ufficio in un altro Paese, ma non di quello.

La traccia di chi non c’è più sono delle bustine di vaniglia scritte in tedesco che cadono dallo sportello in cucina e ti ricordano che sì, è vero, sono passati mesi da quando ti sono state date e tu ancora devi provare a farla, quella torta che ti aveva fatto assaggiare la collega. Hai perso la ricetta, ma puoi sempre chiederla a lei, perché chi parte non se ne va mai davvero, non oggi che siamo a portata di clic.

La traccia di chi non c’è più sono due iniziali e un memo lasciato in un vecchio ordine, due singole lettere che risvegliano nel cuore ricordi rimossi, sensazioni dimenticate, reazioni sopite.

Quante persone ho conosciuto, nell’ultima manciata di anni. Quante se ne sono andate. Troppe.

C’è sempre un motivo per cui ci incontriamo e ogni incontro ha uno scopo, fosse anche soltanto il permettere a ambo le parti di mettere su una collezione di ricordi da custodire una vita intera.

L’amarezza della separazione, però, neppure un sorriso nostalgico la potrà mai alleviare.

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3 pensieri su “La traccia di chi non c’è più

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