Partire, non fuggire

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I giovani devono andare, partire. Ma per curiosità, non per disperazione” Renzo Piano

Con la storia della mancata affluenza alle urne in occasione del referendum del 17 Aprile, nelle retrovie si è scatenato un rumoroso dibattito, capitanato da italiani coscienziosi che sono andati a votare solo per sentirsi poi dire, a referendum concluso, che non era servito a niente.

E’ stata questa la frase-chiave che ho letto un po’ dappertutto e che mi ha scioccata: non vado perché non serve a niente. In pochi hanno detto “non vado a votare perché il tornaconto di questo referendum non mi è chiaro”. Il che, se vogliamo vederla anche da quel punto di vista, ci sta. Si sono lette notizie talmente contraddittorie, sui canali ufficiali come su quelli ufficiosi, che la gente è arrivata al 17 aprile più confusa di prima: votare sì? Votare no? O astenersi del tutto ed evitare di far cazzate?

E poi, come può essere giusto un referendum al quale il premier stesso ha consigliato di non andare?

La reazione di chi è andato a fare il suo dovere di cittadino è stata violenta. I soliti appellativi – popolo di pecoroni, di ignoranti, di vigliacchi – sono tornati a fiorire, ma prima ancora di quelli, manifestazione di una rabbia impotente da parte di chi sta provando nel bene o nel male a cambiare le cose e non ci sta riuscendo, è arrivata stavolta una spolverata di qualcosa di nuovo e di più preoccupante, qualcosa che prima si annusava poco e restava addosso pure meno: la rassegnazione. Che è peggio. Alla delusione, infatti, c’è rimedio; la delusione, come la rabbia, è ancora un sentimento, implica un qualche coinvolgimento, una voglia di ribellarsi. La rassegnazione no. La rassegnazione è la firma di chi ha gettato la spugna, di chi di provare non ha più voglia. Di chi, schiacciato dall’ennesima sconfitta, si ritira portandosi sulle spalle tutto il peso di una stanchezza direttamente proporzionale alla ferocia con cui si era battuto in principio.

rassegnazione-dizionario

E questa stanchezza, che lo si accetti o no, si trasforma in voglia di fuggire.

Fuggire da una realtà in cui le cose restano sempre uguali o vanno sempre peggio, da un Paese stupendo che non si sa prendere cura dei suoi cittadini, sfruttato e disseccato da vertici che ne hanno raschiato il fondo e, in certi casi, lo hanno anche bucato.
Fuggire da una vita che sembra offrire un futuro più cupo dell’incognita che li aspetta oltre i confini nord dello Stivale.

Leggevo ieri questo post, solo uno dei tanti sullo stesso tono in cui mi sono imbattuta negli ultimi due giorni. A colpirmi di più sono stati i commenti: dopo questo ennesimo fallimento indotto di quello che era un loro diritto costituzionale, gli ex-guerrieri italiani si arrendono e cominciano a considerare seriamente di abbandonare le amate sponde in cerca di una vita e un Paese migliori all’estero.
Non sapranno mai se quella di domenica è stata veramente una sconfitta o un bene, e il fatto stesso che non lo sappiano, che ci sia questa incertezza portata da un’informazione lacunosa e contraddittoria, conferma che la sconfitta c’è stata comunque.


La minaccia di partire è un grido d’aiuto lanciato ad orecchie che non stanno a sentire. E’ a loro che dovrebbe prestare attenzione chi può fare qualcosa per il loro Paese, da loro che dovrebbe cominciare a cercare di capire perché gli italiani abbiano questa stanchezza addosso
.

Cosa bisogna fare per sconfiggere una volta per tutte questo mostro che da anni sta consumando da dentro i nostri concittadini, rendendoli tra i più pessimisti e infelici d’Europa?
Non è una scoperta recente, in fondo. Il Corriere della Sera aveva pubblicato un articolo simile già 9 anni fa, in cui si diceva che l’infelicità dei cittadini del Bel Paese deriverebbe dalla mancanza di fiducia nelle istituzioni, nel sistema sociale e nell’avvenire.”

E forse è così, forse è vero che gli italiani sono disillusi, stanchi, che non hanno più interesse ad informarsi e ad informare. Si trascinano tra i ruderi di quelli che avrebbero potuto essere e che non sono riusciti a diventare – non ancora almeno.

Quanti milioni di euro è costato quel referendum al quale il loro premier ha detto di non partecipare?

Il punto è: c’è sempre tempo per cambiare le cose.
Se 40 milioni di persone trasformassero quel “non vado a votare perché tanto non serve a niente” in “vado a votare anche se (forse) non serve a niente” qualcosa cambierebbe, eccome. Purtroppo, però, pochi se la sentono di fare quel passo da soli. Consci che i grandi cambiamenti partono proprio dall’azione del singolo e sperando che altri singoli si aggreghino, dando via al cambiamento, quei pochi lo fanno lo stesso, ma vengono disillusi dalla conferma di ciò che temevano: gli altri singoli non si sono aggregati, appagati da una sorta di sadica soddisfazione alla scoperta del veder riconfermata la loro idea che tutto sarebbe stato inutile, se si fossero accodati.

E così quei singoli coraggiosi decidono che è ora di andarsene e di raggiungere noi, che avevamo capito anni fa come andarcene si fosse ormai reso necessario e come non saremmo più tornati in maniera permanente, una volta che lo avessimo fatto. E oggi eccoci qui, che osserviamo da lontano quello che succede nel nostro Paese, confusi come tutti, con una coperta di tristezza a soffocarci il cuore e ad aumentare quel fastidioso senso di inevitabilità, quella consapevolezza che non ci sarà mai occasione per un rientro, neppure volendo, e che se e per quando ci sarà noi saremo ormai troppo radicati, troppo estranei a quella realtà nella quale siamo cresciuti, troppo vecchi.

Anche noi, a modo nostro, troppo stanchi.

rita-levi-montalcini-ribellarsi

ADDENDUM POST-PUBBLICAZIONE:

Sto ricevendo feedback interessanti a questo post.
Mi e’ arrivato un terzo punto di vista, da parte di chi a votare non ci e’ andato, e questo punto di vista e’: mi sono astenuto/a perche’ ci e’ stato chiesto di prendere una decisione che riguardava aspetti troppo tecnici della questione, su cui non avevo conoscenze sufficienti e che sarebbe spettata piuttosto a Regioni e Governo.
Mentre mi faccio un altro giro su altri siti cercando di capirne di piu’ anche su questo aspetto, vi chiedo: a quale decisione vi siete attenuti voi e perche’?

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5 pensieri su “Partire, non fuggire

  1. intempestivoviandante

    Conosco bene quello stato d’animo. Dieci anni fa, a un’amica che ci diceva (a me e a mio marito) “andate via prima che sia troppo tardi”, rispondevo che no, che sbagliava, che c’erano tanti segnali positivi. Ed era vero, avevo esempi da mostrarle. Ce ne sono ancora, ma molta della voglia di vedere quei segnali si è spenta, in me come in altri. Seguo le mie passioni, mi sforzo di comportarmi nel modo in cui credo in ogni piccola cosa, senza pensare che serva, senza cercare di convincere nessuno, senza provare ad “aggregarmi” come in passato. Sono sempre stata molto individualista, e oggi lo sono anche di più, benché continui a credere che bisognerebbe, in ogni circostanza, andare a cercare ciò che unisce molto più di ciò che divide. Se riesco a fare in modo che qualcuno si senta “ascoltato”, questo mi ripaga di tante giornate negative. Ma vado sul singolo, anche qui. Rassegnata no, forse. Ribelle magari sì, ma solo nel senso di cercare di essere testardamente me stessa comunque. Non aspettandomi altro se non una certa forma di orgoglio e direi quasi di felicità (anche questa in un senso un po’ particolare). Certo non di cambiare il mondo. Forse, magari, di lasciare una minuscola, quasi impercettibile impronta che prima non c’era..

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    1. Juana R Autore articolo

      …il che e’ gia’ un buon punto di partenza.
      Purtroppo non stupisce scoprire che la situazione porti le persone a concentrarsi su se stesse e sulla propria vita, da ricavare e costruire con quello che si ha, al meglio che si puo’.
      Non c’e’ in Italia quello spirito comunitario, quel senso di collettivita’ che si vede, ad esempio, negli inglesi. Sto leggendo un libro che parla proprio di questo e lo sto trovando molto interessante, perche’ senza falsi moralismi ne’ romanticherie mette nero su bianco una grande verita’: gli italiani non si sentono un unico popolo, non ancora. C’e’ tanto da lavorare prima che possano arrivare a sentirsi compatti e cominciare a fare e ottenere qualcosa.
      Io chi e’ rimasto – e non si lamenta – lo ammiro. Combatte ogni giorno controcorrente, nonostante tutto, e nonostante tutto riesce a ricavarsi una vita straordinaria da delle circostanze fuori dal comune.
      Purtroppo per come sono io non me la sento di adattarmi a quelle circostanze. Il Paese che mi manca, specie nei giorni grigi come quelli che spesso abbiamo qui, non e’ il Paese che e’ ora, ma quello che mi sono portata con me nei miei ricordi, idealizzato e addolcito sia dagli anni che dalla lontananza.

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  2. LaPasionaria

    Peccato pero’ che poi quegli italiani che vanno all’estero non perdono tempo per riadattarsi alla qualunqueria che dicevano di disprezzare. Quante volte mi sono battuta per far capire ai miei colleghi l’importanza di iscriversi a un sindacato cosi’ da avere i numeri per esigere il riconoscimento della sigla sindacale da parte dell’azienda. Il che avrebbe significato piu’ tutele per noi lavoratori, meno sfruttamento, piu’ diritti. Perle ai porci. Purtroppo, alcune persone l’italianita’ ce l’hanno insita ed e’ difficile da sradicare.

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    1. Juana R Autore articolo

      Sto scoprendo che non siamo solo noi a portarci dietro le cattive abitudini. Gli inglesi che espatriano sono uguali, e chi resta a casa dice di vergognarsi dell’immagine dell’Inghilterra che alcuni di loro danno all’estero.
      Tutto il mondo e’ Paese, per fortuna ci sono quei (pochi) elementi buoni che risollevano un attimo la qualita’ del prodotto esportato dal suolo italico. E’ dura, ma noi continuiamo a provarci lo stesso.

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