Il libraio di Kabul, di Asne Seierstad

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Asne Seierstad, giornalista norvegese, ha vissuto per quattro mesi in casa della famiglia di “Sultan Khan”, un libraio benestante di Kabul. Dalla sua esperienza con i membri della numerosa famiglia di Sultan è nato questo libro, scritto in forma di romanzo. Le voci dei vari protagonisti ci consentono di sbirciare nella vita quotidiana di questa famiglia e a ogni familiare è dedicato un capitolo, con le storie e gli aneddoti di ciascuno che riappaiono e si intrecciano con quelli degli altri nelle sezioni successive. Forse è proprio per questo che, spesso, alcuni ricorrono un po’ troppo spesso…

Sultan Khan, nome fittizio scelto dall’autrice per il protagonista del romanzo, è un uomo che si è fatto da solo. Ha cominciato a comprare pochi libri per pochi spiccioli nei mercatini locali e a rivenderli al triplo del prezzo, accumulando in pochi anni una fortuna che gli ha permesso di aprire una libreria.
Sultan ha due mogli, Shariza, la sua prima moglie, e la giovane Sonya. Esattamente come sua madre, le sue sorelle, i suoi figli e i suoi fratelli, anche le due mogli devono sottostare al suo volere. Shariza ha dovuto vivere in Pakistan per due anni e curarsi dei commerci di Sultan, mentre i suoi figli sono stati divisi tra le librerie e i minimarket posseduti da Sultan e costretti a lavorare 12 ore al giorno anziché andare a scuola. C’è poi Leyla, la più giovane delle sue sorelle, relegata a fare da serva e a curarsi della loro madre anziana e obesa.

Il ritratto di Sultan Khan che emerge da questo libro è terribile, il ruolo della donna nella sua famiglia anche. Dalle voci dei suoi familiari trasudano odio e risentimento verso questa figura forte e che si impone sulle vite e sul destino delle persone che vivono sotto il suo tetto e mangiano alla sua tavola. Il vero Sultan Khan si è difeso accusando l’autrice del libro di aver rovinato la sua reputazione e quella della sua famiglia scrivendo cose non vere, eppure facendo un paragone tra i resoconti dei vari personaggi ne emerge un’inquietante coerenza che sembra piuttosto dar ragione alla Seierstad.

Ho trovato questo libro molto frammentario e spesso ripetitivo, forse per via del modo in cui è stato realizzato.
Nell’introduzione, che consiglio di leggere, l’autrice spiega di aver ottenuto le informazioni un po’ alla volta, da dialoghi, frasi buttate là, commenti. Questo potrebbe spiegare la struttura frammentata della storia, con ogni capitolo a sé stante e a malapena collegato ai precedenti, ma non le ripetizioni, che si prodigano in dettagli – anche dopo essere state fatte due o tre volte.

Avendo letto altri libri sull’Afghanistan pre e post regime, sia romanzi (piuttosto accurati) che autobiografie, trovo questo libro un onesto compromesso tra i due. Peccato solo che la disputa nata dopo la sua pubblicazione mi lasci nel dubbio sul se quello che ho letto è vero o no.

Voto: 2/5

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