Tributo alla vita

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Ho aspettato due giorni che le parole venissero fuori, che la morsa che sento nello stomaco e che preme sotto gli occhi per poter uscire si risolvesse con delle frasi di senso compiuto che mettessero nero su bianco quello che, come milioni di altri, provo al pensiero degli attentati di venerdì sera.
La verità è che non ci riesco. E non ci riesco perché c’è troppo da tirare fuori, troppo da spiegare.

Alla fine, credo che la miglior reazione sia il mio silenzio attonito. Silenzio mentre leggo le ultime dichiarazioni, mentre guardo le ultime foto di chi non ha visto il venerdì divenire un sabato. Silenzio mentre osservo come su ogni testata, virtuale o fisica, scavino, frughino, sfruttino questa tragedia immane, immorale e immotivata per dire la loro, aggiornarci, aggiungere i loro due centesimi a qualcosa di talmente grande da non poter essere compreso. Anche questo, in fondo, non è che l’ennesimo post dell’ennesima persona che non si capacita di come siamo potuti arrivare a tanto.

La guerra del terzo millennio non si fa più a suon di cannoni e mitragliatrici. Non da noi, almeno, no. La guerra oggi noi la viviamo dentro casa nostra, letteralmente. Soprattutto, la viviamo dentro la nostra testa.

L’editoriale di oggi su Il Messaggero mi ha tolto le parole di bocca, stamattina:

“La scelta di destabilizzare le nostre vite di europei inermi, forse troppo, attraverso la sfera più vulnerabile: quella legata alla libertà dei nostri piaceri, del nostro relax di un qualunque venerdì sera, colpendo ferocemente e simbolicamente in un ristorante, in un teatro, in uno stadio.”

Perché quando vivi in un Paese in guerra, o ne fuggi o ci resti e muori, ma come si fa a fuggire da qualcosa che non si riesce neppure a veder arrivare?
Come si fa a fuggire dalla prigione della paura dentro cui stanno cercando di sbattere le nostre menti, per sottometterci a un regime di nessuno il cui quartier generale può essere tanto il garage del vicino di casa quanto quel colle arido che vedi da una vita fuori dalle tue finestre?

L’imprevedibilità è l’arma usata in questa moderna guerra fatta di soldati incensurati, con l’ansia a fare da collante alle nostre paure. Paura di uscire di casa, di prendere un aereo, di andare a una parata, a un concerto, a un raduno. Paura di vivere quella vita che la nostra società ha cesellato per noi nei decenni, quella libertà le cui fondamenta affondano nel sangue e nel sudore dei nostri nonni e dei nostri bisnonni, quella realizzazione che ci stiamo costruendo, a casa come all’estero. Ed è lì, nell’attimo di respiro che ci concediamo alla fine di una settimana lunga, che veniamo colpiti. Quando abbassiamo le difese, quando, appunto, meno ci aspettiamo di venire aggrediti e tutto ci sembra rilassato e tranquillo e reale. E a chi resta a guardare le immagini che a ciclo continuo bombardano i nostri schermi e le nostre coscienze, quel viaggio che stava programmando non pare più così appetibile, il genitore stringe un po’ più forte il figlio che sta andando all’aeroporto, e quella cosa che volevi comprare al mercatino di Natale non ti sembra più così unica e può essere rimpiazzata con qualcos’altro, da comprare da un’altra parte. Dov’è più tranquillo, dove il magnete della folla è un po’ meno potente e ti fa stare sicuro nel tuo bozzolo fatto d’incertezza.

C’e’ chi dice che è sbagliato chiudersi in casa o reagire con odio al buio che ci si è srotolato sopra da venerdì notte.
Sarà sbagliato, ma intanto la reazione della gente è un muto sbigottimento e una voglia di scagliarsi contro qualcuno, qualcosa, di trovare una risposta al perché è successo. Nel farlo, butta nel pentolone tutti, anche quelli che non c’entrano niente, vittime collaterali di campagne mirate e messaggi costruiti ad hoc per renderci instabili.
E, nel frattempo, i fiori, i doni e i messaggi di condoglianze nelle piazze aumentano. Sono un tributo a chi è perito sotto la falce di questa lotta subdola, un tributo alla loro innocenza, cancellata da una ventata di fuoco. Un tributo da parte di chi non vuole dimenticare e dimenticarle, quelle persone.
Sono un tributo alla vita.

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Piccadilly Gardens, Manchester, 15 novembre 2015

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