Lettera nel vento

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Come vorrei poter parlare ancora, ancora…
Laura Pausini, “Invece no”

Dalla camera affianco alla sua arrivava il rumore sommesso del televisore.
Raccolse i fogli sparsi sulla scrivania e li infilò nella ventiquattrore, affianco al portatile. Controllò l’orologio. Mancavano cinque ore al suo volo.
Fuori dalla finestra, Bonn si stava svegliando sotto un compatto pantone alluminio. Poche le macchine in strada, pochi i passanti che si avventuravano nel freddo di quella mattina di dicembre.
In fondo alla viuzza su cui dava quella parte di hotel, un panettiere si affacciava da sotto la serranda alzata per metà.
“Vado a mangiare qualcosa in sala colazioni, ormai dovrebbero aver messo su il buffet”, le disse suo marito. “Vieni anche tu?”
“Ti raggiungo tra poco” gli rispose.
“Vuoi che ti porti su qualcosa?”
“No, vengo giù io.”
Suo marito le sfiorò la tempia con un bacio. Fece un cenno verso il palloncino che fluttuava leggero contro il soffitto della stanza, il palloncino che le avevano dato all’inaugurazione della nuova pasticceria in Georgstraße.
“Vuoi mettere in valigia anche quello?”
Abbozzò un sorriso. “Ci penserà la donna di servizio. Magari ha dei figli.”
“Molto più probabilmente finirà nel sacco dell’immondizia dopo essere stato fatto scoppiare.”
Guardò il profilo di suo marito varcare la porta e uscire, quel profilo che in sei anni insieme aveva imparato a conoscere così bene. Ne aveva studiato ogni centimetro, ogni curva, ne conosceva ogni più piccola perfezione e ogni più piccolo difetto.
Tirò fuori dalla tasca la lettera che aveva portato con sé da Verona. La carta aveva perso un po’ del suo biancore, e sulla piega era consumata. Se la portava dietro da sei anni, passandola di agenda in agenda, di borsa in borsa, anno dopo anno. Se qualcuno le avesse chiesto perché, non avrebbe saputo rispondere. Forse perché l’aveva in tasca il giorno in cui aveva firmato il contratto che l’aveva fatta entrare nel team della Johnston’s Pharma, tre anni addietro, forse perché il giorno dopo averla scritta aveva incontrato quello che era poi diventato suo marito. O, forse, se la portava dietro perché aveva bisogno della forza che i ricordi insiti in quelle parole riuscivano a scatenare.
Erano passati sei anni, ma era una ferita ancora fresca, che le ricordava ogni giorno chi era, chi era stata e chi voleva essere.
Aprì la lettera, stando attenta a non creare tensione nella zona lisa della piega.

“Siedo a questa scrivania per la prima volta dopo dieci anni non più per studiare, ma per ripassare la mia presentazione del dottorato, ascoltando Einaudi a finestre aperte, con il caldo di luglio che entra dalle fessure delle persiane chiuse.
Non ci sei tu a girare per casa, oggi. Non ci sei più da un bel pezzo. Non c’è più il freddo di quelle mattine quando, china sulle mie dispense, dovevo studiare col piumino addosso perché qui dentro sembrava di essere al Polo Nord. Quasi mi sembra di vederti entrare dalla porta accanto a me, o affacciarti, chiedermi qualcosa, col cane che ti gira intorno ai piedi, che viene da me e poggia il muso sul mio ginocchio. Posso quasi sentire il rumore del televisore in cucina, due piani più in basso, fisso su qualche canale Mediaset, e tu che urli qualcosa a tua madre.
Ma di tutto questo non sono rimasti né il rumore del televisore, né il freddo, né gli strilli. Non comparirai su questa porta, non mi chiamerai, non ti sentirò discutere con tua madre. Non c’è rimasto più niente di te, qui. La tua presenza è stata portata via uno scatolone dopo l’altro, cancellando ogni traccia di te, del tuo passato, della tua vita tra queste mura.
Questa casa svuotata sembra riflettere il vuoto che mi porto dentro da tre anni e quattro mesi. Tanti ne sono passati da quando ti sei incamminata, sola, verso un posto migliore a noialtri precluso. Eppure, io ancora non riesco a gestire questa voragine, a capire, a conviverci. Mi rendo allora conto del fatto che, al di là degli urli, dei battibecchi, dei “non ti voglio più sentire”, noi due eravamo più legate di quanto pensassimo.
Finché questa casa era stata chiusa, ma piena delle tue cose, la traccia terrena che avevi lasciato di te era ancora con me, a ricordarmi della tua presenza, del tuo passaggio. A ricordarmi che sei esistita. Cosa mi rimarrà ora che tutti i tuoi effetti, la tua vita, sono finiti in un baule in un angolo? Mi restano dei ricordi che sbiadiranno un anno dopo l’altro, che si smusseranno, si sfocheranno e, alla fine, di ventotto anni insieme non mi rimarrà che una grossa, immensa nube di immagini sovrapposte le une sulle altre, confuse.
Mi manchi. Sempre. E spero che tu lo sappia, perché io non so come fartelo sapere. Ho solo questo pezzo di carta e un pugno di parole che lottano per venire fuori, ma che si spengono prima ancora di raggiungere la punta della penna, soffocate da un dolore e da uno sbandamento che continuano a confondermi.
È al tuo sorriso di quando mi prendesti in braccio per la prima volta che mi appiglio, alla tua risata che ripenso, per riscaldare le giornate in cui questo senso di vuoto torna a colpire, gelido come le mattine che c’erano fuori dalle finestre nei miei giorni in questa casa con te.
Mi manchi, ma questo l’ho già scritto. Se bastassero solo queste due parole per riportarti indietro, le ripeterei all’infinito, fino a perdere la voce, fino a non avere più energie per continuare a farlo. E voglio sperare che tu, le volte in cui guarderai giù e mi vedrai, qualunque cosa io stia facendo e chiunque io sia diventata, possa sorridere ed essere orgogliosa di me.
Ti voglio bene.”

Ripiegò la lettera con la stessa cura con cui l’aveva aperta. Ne fece un rotolo serrato stretto, che chiuse con un pezzetto di nastro adesivo preso dal cassetto dello scrittoio. Andò a recuperare il palloncino. Fece fare alla cordicella un paio di giri intorno al cilindro della lettera e chiuse bene il nodo. Spalancò la finestra, si concesse un secondo per ripensarci e poi lasciò il palloncino libero di volare oltre l’intelaiatura. Su, verso il cielo grigio ghiaccio.
Restò a guardarlo alzarsi fino a che non divenne un puntino invisibile nella vastità di quel soffitto senza fine.
Quel palloncino sarebbe arrivato più vicino a quella persona lassù di quanto non lo sarebbe mai stata lei quaggiù, più vicino di come lo era stata mentre era sull’aereo che l’aveva portata a Bonn quando, guardando fuori dal finestrino e pulendosi via una lacrima sfuggita al suo controllo, aveva pensato: sono un po’ più vicina a te, adesso, riesci a vedermi?
Richiuse la finestra. Infilò le scarpe, prese la chiave della camera e scese di sotto, da suo marito, dalla colazione che la aspettava per cominciare quella nuova giornata che l’avrebbe vista rientrare a casa sua, riabbracciare suo figlio, disfare la valigia, farsi un bagno caldo, mettere su un film e poi, finalmente, andare a letto, e in tutto questo il palloncino che aveva liberato avrebbe continuato a volare, da qualche parte lassù, portando le sue parole dove nessuno avrebbe potuto trovarle, un po’ più lontane dalla vita, un po’ più vicine all’eternità.

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“Lettera nel vento” – (C)2015 Juana Romandini

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