Mondo meraviglioso

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Il quadro era poggiato a terra, davanti a una pila di dipinti di dimensioni diverse.
La parte bassa della vetrina del negozio di antichità era soffocata da merce che nessuno voleva più, ammucchiata in cestoni, impilata su un banco fatto di due cavalletti e una tavola, ma era stato quel quadro ad averle fermato il passo incerto in quel pomeriggio di pioggia.
Era piccolo, poco più di un formato A4. Un acquerello vecchio come la cornice, in bianco e nero. Non lo avrebbe neppure notato, se non fosse stato per i due soggetti dipinti.
Si avvicinò. La tenda abbassata del negozio le offrì riparo. Chiuse e mise da parte l’ombrello. Si abbassò con attenzione, fin dove la sua schiena le permise di arrivare, e lo prese in mano.
Un sorriso morbido le sfiorò le labbra arricciate dalla vita. Sugli occhi cerulei affiorò una patina lucida.
Erano due figure sfumate, rese delicate dalle carezze dell’acqua sui monocromi cupi dell’acquerello. La coppia al centro era stata colta nell’atto di interrompere una danza, ancora legati l’uno all’altra, il piede destro di lei sollevato, la mano di lui sul volto di lei. L’ombrello, aperto e riverso a terra, abbandonato nel momento in cui lui le aveva preso la mano e l’aveva invitata a danzare in mezzo alla strada.
Girò il dipinto. Sul compensato corroso dagli anni, un’etichetta battuta a macchina ne recitava i dettagli.
Dancing lovers – S.R.18/09/1993
S.R.
Sean Riley.
La lacrima prese forma e rotolò giù per lo zigomo addolcito dall’età.
“Buonasera, signora Heywood. Come sta?”
Si aggiustò meglio gli occhiali sul naso e stirò le labbra sottili in un sorriso. “Molto bene, Tyler caro. Tu?”
“Le piace?” chiese l’uomo, indicando l’acquerello.
Marie Heywood regalò al dipinto un’altra occhiata.
“Lo trovo molto delicato. Da dove viene?”
“Dalla mia soffitta. Mia moglie lo ha ritrovato la settimana scorsa. Aveva deciso di buttare il vecchiume, ma quello ci è sembrato troppo buono per finire in qualche pesca di beneficienza. Viene dall’America, era dello zio di mia moglie. È morto vent’anni fa, i figli ci avevano mandato il dipinto perché era insieme a una lettera indirizzata a una certa Mee. Da quel poco che i cugini americani di mia moglie erano riusciti a capirci, sembra che fosse qualcuno che il padre aveva conosciuto qui, così ci avevano mandato il quadro chiedendoci di darlo alla persona per cui era stato dipinto.” L’uomo si passò una mano sul collo, in imbarazzo. “Sembra la trama di un film di quart’ordine, vero?”
“Come mai avete deciso di venderlo?” fu la domanda della signora Heywood.
“Non siamo riusciti a scoprire chi fosse la persona a cui avremmo dovuto mandarlo, né la famiglia”, disse Taylor con onestà. “Vede, nella lettera l’uomo aveva messo soltanto quel nomignolo e il nome del posto che aveva ispirato il quadro e che oggi non esiste più, un certo Mop’s, qui a Knutsford. Ah, e anche degli indizi che ci hanno aiutati a calcolare la data di quella sera, agosto del ’68. Non c’erano altri riferimenti.”
“Capisco…”, sussurrò la donna. “Lo compro io. Quanto costa? Non vedo nessun prezzo.”
“Nulla, signora Heywood. Sono ancora in debito con lei per aver badato a Keira lo scorso fine settimana.”
La donna si limitò ad annuire con un sorriso forzato. Avrebbe voluto insistere con Tyler, dirgli che voleva pagarlo, o che avrebbe badato a Keira anche il prossimo sabato, per sdebitarsi. Ma la gola le si era chiusa in una morsa, resa più stretta dagli anni dal 1968 ad oggi che iniziavano a gravarle addosso uno dopo l’altro mentre la notizia della morte di Sean vent’anni prima faceva presa, facendo riaffiorare sui suoi occhi stanchi delle lacrime che avevano lo stesso sapore dell’oceano che li aveva tenuti divisi negli ultimi quattro decenni.

Collocò il quadro al centro della mensola sopra il caminetto, nel soggiorno del cottage. Quella sera parlò al telefono con sua figlia, riscaldò una cena veloce, lavò i piatti, e per il tempo in cui portò avanti quelle attività si dimenticò del tutto o quasi del quadro che aveva trovato quel pomeriggio nel negozio di Taylor.
Dopo cena si sistemò in soggiorno. Accese la radio. Sedette sulla poltrona e riprese il lavoro a maglia messo da parte la sera prima. La presentatrice della BBC4 annunciò la prossima canzone in lista. What a wonderful world, la versione originale di Louis Armstrong.
Marie Heywood si adagiò il lavoro a maglia in grembo. Sollevò lo sguardo verso la coppia danzante sulla mensola sopra il caminetto. Chiuse gli occhi.
Li riaprì. Il soggiorno del cottage era sparito, in grembo non aveva più il lavoro a maglia, e addosso la sua gonna di tweed e il suo cardigan erano stati sostituiti da un vestitino leggero, senza maniche, la stampa a fiori vistosa malgrado la notte e l’ombra gettata dall’ombrello aperto sulla sua figura esile, fresca di ventidue primavere. E lì affianco, coi capelli e la giacca ancora zuppi di pioggia, c’era Sean, che tornava dal locale in cui non era riuscito ad entrare insieme a lei. C’era troppa gente.
La banda accordò gli strumenti e iniziò a suonare le prime note di What a wonderful world.
“Balliamo” disse Sean, e le prese la mano, e lei in un unico movimento lasciò cadere l’ombrello e si avvicinò a lui.
E così ballarono, ballarono sotto la pioggia sottile, con le parole di Louis Armstrong che arrivavano in strada dalla stretta fessura della porta, dalle finestre semiaperte del pub, zigzagando tra i corpi pressati nel locale, spandendosi sull’acciottolato bagnato, vibrando sulla loro pelle accompagnate dall’odore di quella sera estiva.
Avevano ballato come se fossero soli, come se l’acqua non pesasse sui loro vestiti, con gli occhi incollati l’uno all’altra.
Sean le aveva poggiato una mano sulla guancia, l’aveva baciata, e quando si erano staccati l’aveva guardata e le aveva detto: vado a Boston. A lavorare, a studiare. Lei aveva provato a dirgli che c’erano università anche lì, che Manchester era a mezz’ora di treno, ma la decisione era già stata presa.
Due mesi dopo Sean era partito per Boston. Non era più tornato. Si erano scritti, in quelle prime settimane fatte di incertezza e di attesa per un rientro che si faceva sempre più lontano nel tempo, fino a che le loro lettere erano diventate diverse, resoconti di due vite che non avevano più niente a che vedere l’una con l’altra. La notte in cui avevano danzato insieme fuori dalla porta del pub era stata l’epilogo della loro storia.

Marie aprì la lettera che Tyler le aveva consegnato subito dopo averle incartato il quadro. Si concesse ancora qualche secondo, poi abbassò gli occhi sulla carta ingiallita, su quella grafia netta e inclinata che la riportò indietro di quarantasette anni, davanti allo stesso caminetto acceso che aveva trasformato altre lettere in cenere sottile.

“Mia carissima Mee,

Sono passati venticinque anni, ma quella sera in cui ti invitai a danzare sotto la pioggia è ancora impressa nelle pieghe della mia memoria. Perché ti sto scrivendo adesso, dopo aver deciso, egoisticamente, di lasciarti lì insieme al mio passato?
Forse è l’avvicinarsi dei cinquanta che mi sta portando a tirare le somme, o forse la certezza del mio medico sul fatto che non vedrò mai i cinquantuno. Ho poche settimane per sistemare tutto quello che c’è da sistemare in casi come il mio, ma niente è più importante per me di far giungere queste parole a te.
Se stai leggendo questa lettera, vuol dire che non sono più qui, nella mia stanza della mia casa di Boston. Sono nel tuo cottage, il cottage dei tuoi genitori in cui ti vidi rientrare una sera di cinque anni fa, quando tornai a Knutsford per la prima e ultima volta. Quando, vigliacco, mi nascosi all’ultimo momento, incapace di avvisarti della mia presenza, incapace di parlarti.
Eri ancora bella come allora. Come, sono sicuro, lo sei ora.
Tu non puoi vedermi, ma sono proprio dietro di te, che leggo insieme a te queste parole, scritte da una mano che è ora polvere, con un sorriso pieno di amarezza e di rimpianto.
È questo ciò che mi riesce difficile da accettare, mia cara Mee. Il rimpianto. La consapevolezza di non avere altro che queste pagine per dirti quello che avrei dovuto dirti dieci anni fa, quando ti ho vista per l’ultima volta, di non poter tornare a quella sera, né di avere tempo per farlo. Sono confinato in questo letto. Posso solo scriverti.

Perché me ne sono andato, dicendo addio alla mia vita, al mio paese, alla donna che intendevo sposare?
L’ho fatto perché sono stato risucchiato dal mio futuro. La mia vita in America mi ha catapultato in un vortice, assimilandomi, cambiando le mie abitudini, dandomi nuove conoscenze, nuovi ritmi. La mia vita a Knutsford è presto diventata un ricordo sfocato al quale guardare con affetto e nostalgia nelle sere in cui la consapevolezza di non avere i mezzi per venirci in visita mi stringeva l’anima in una morsa di fuoco.
Sapevo che non sarei mai potuto tornare a condurre quella vita. Così come sapevo che tu non avresti mai potuto abbandonarla per venire a vivere la mia.
Eravamo cresciuti insieme e sapevo che non avrei mai potuto portarti via. Saresti venuta, pur di stare con me, ma non saresti stata felice.
Ho vouto che tu fossi felice. È stato Nathan a dirmi che ti eri sposata, tre anni dopo la mia partenza. Mi sono sentito sollevato. Mi sono cercato una compagna anch’io, e ho avuto la fortuna di trovare una donna eccezionale, che è riuscita a colmare il vuoto lasciato dalla tua assenza.

Ti mando questo quadro, che ho dipinto in una delle mie notti insonni. La nostra danza sotto la pioggia fuori dal Mop’s è ciò che addolcisce i foschi pensieri che assillano il mio presente.
Lo manderò a mia sorella, a Knutsford. Ci penserà lei a fartelo avere.

Recupereremo gli anni perduti, mia dolce Mee. Un giorno, quando tu ti volterai e potrai vedermi affianco a te.
Ti aspetterò. Non ho alcuna fretta.

Tuo,
Sean.”

***

Tracy Heywood trovò sua madre sulla chaise longue in salotto. Aveva in viso un mezzo sorriso e sotto la mano adagiata sul petto c’era una lettera. Quando la chiamò, sua madre non le rispose.

Marie Heywood aprì gli occhi. Sorrise. Conosceva quella via. Le poche macchine parcheggiate rilucevano sotto la luce dei lampioni, la carrozzeria adornata da mille perle d’acqua.
Dal pub le arrivarono le prime note di quella melodia che aveva tanto a cuore.
Era tutto come lo ricordava, come era stato allora.
“Balliamo?”
Marie prese la mano che le veniva offerta. Sean la guidò verso il centro della via.
Ballarono nella notte, con lo scintillio della pioggia a fare loro da cornice. La loro musica non sarebbe finita, non questa volta. Erano insieme e avevano tutta l’eternità.
Avrebbero continuato a danzare.

I see trees of green
Red roses too
I see them bloom
For me and you
And I think to myself
What a wonderful world.


“Mondo meraviglioso” ©2015 Juana Romandini




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