L’impossibile possibile

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Certe cose sono destinate a succedere.
Le chiamiamo impossibili, in certi casi. Eppure, eccole lì, che accadono.
Qualcuno le imputa al caso, qualcun altro al destino. A volte, però, forse dovremmo solo abbattere il muro dello scetticismo e abbassare la testa di fronte all’ammissione che si, forse è intervenuta una forza superiore, un’intelligenza al di là della nostra umana comprensione che ha reso il tutto possibile.

Ci ho messo due anni a scoprire l’esistenza di questo film, The Impossible. L’impossibile. Adesso che l’ho visto, avrei voluto non essermelo perso sul grande schermo, due anni fa.
The Impossible, film in cui una superba Naomi Watts regge la scena per i 2/3 della durata, è basato sulla storia vera della famiglia Alvarez, sopravvissuta allo tsunami che spazzò via le coste dell’Oceano Indiano il giorno di Santo Stefano del 2004.
Non starò a raccontarvi la trama. Se non lo avete visto, vi consiglio caldamente di farlo. Se lo avete visto, sapete già di cosa sto parlando e non starò qui a ripetervelo.

A colpirmi di questo film, che è poi la ragione per cui il regista ha scelto di trasporre sul grande schermo la storia degli Alvarez, è l’incredibile catena di coincidenze che ha portato questa famiglia ad uscire intera da una catastrofe naturale costata la vita a oltre 200mila persone. E, stando alle varie interviste rilasciate dalla signora Fernandez, il regista non si è preso nessuna concessione cinematografica: ha riportato gli eventi così come si sono svolti. E io, onestamente, avrei preferito non crederci. Avrei preferito credere che le scene in cui Naomi Watts viene presa, trascinata, sbattuta e girata come se fosse intrappolata in un’enorme lavatrice fossero il frutto di inquadrature ad effetto volte a rendere d’impatto la pellicola. Perché quell’acqua sporca, quei detriti, quella mancanza d’ossigeno dopo un po’ ce l’avevo addosso anch’io. Nella scena finale credo di essermi dimenticata proprio di respirare. E più guardavo quella donna venire afferrata, scaraventata contro pali, auto, detriti, rami e quant’altro possa accumularsi in un vortice che ha risucchiato e cancellato interi villaggi, più non riuscivo a capacitarmi di come ne possa essere uscita viva. Di come possa esserne uscita viva l’intera famiglia, inclusi i due figli piccoli, aggrappati a una palma che, a differenza delle altre, non è stata portata via dalla forza dell’acqua.

Forse è su questo che film del genere dovrebbero farci riflettere, sul messaggio che ci trasmette mostrandoci quella famiglia riunita e pronta a tornare a casa, incapace di credere di essere ancora tutti insieme quando migliaia di altre sono state distrutte. Riflettere sul fatto che i miracoli esistono, che noi vogliamo crederci o no, e che accadono per una ragione, anche se non sempre ci è dato modo di capire quale.
Chiamiamoli coincidenze, fortuna, caso: esistono.

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